Smag

L’ora era tarda, quasi le undici e mezza. Il sole era già alto ma le serrande abbassate mi facevano la grazia di tenerne la luce lontana dalla mia stanza. Ero a letto e no, non ero intenzionata ad alzarmi almeno per un’altra ora. Certo, dovrei smetterla di andare a dormire alle 2, di prender sonno alle 3, di svegliarmi nella notte, di riaddormentarmi, di considerare fra i miei diritti di individuo quello di restare sotto le coperte e fra le tenebre tutto il tempo che ritengo necessario. Forse dovrei. Erano quasi le undici e mezza e sentivo troppe voci in giro per la casa. L’accento romagnolo di Genny, la risatina stupida di Roberta, la voce del ragazzo di quest’ultima, che non capisco se stia qui gratis o se abbia cominciato a pagare l’affitto dato che passa più tempo qui che in qualunque altra parte del globo terracqueo. Tre voci, una di troppo e tutte e tre con accenti stranieri alle mie orecchie sicule. Rimango a letto, rigirandomi tra le coperte, chiedendomi cos’abbiano da parlare così ad alta voce. E poi qualcuno apre la porta. La apre davvero? Rimango sorpresa, il viso premuto contro il muro, la testa nascosta sotto le lenzuola. Davvero la porta è stata aperta? Certo, le voci arrivano meno attutite. Scosto il piumone, guardo la porta. E’aperta. Non spalancata, nemmeno socchiusa, aperta di un quarto: la luce filtra da quello spiraglio, così come il chiacchiericcio insensato di quella gente. Rimango sdraiata per alcuni secondi, incerta sul da farsi. Perché la porta è stata aperta? Perché non è stata richiusa? Si sono accorti che ero in stanza o avranno creduto che fossi uscita, senza notare che ero ancora a letto? Ma in ogni caso, perché la porta è stata aperta? Guardo la luce, ascolto le voci, sento l’irritazione crescere. Balzo in piedi, accosto la porta. Esito un attimo. Richiudendola farei troppo rumore e non voglio attirare la loro attenzione. Raccolgo lo zaino e lo adagio piano contro la porta, impendendole di riaprirsi per qualche corrente o chissà cosa. Siedo ai piedi del letto, corrucciata, le labbra così incurvate in un’espressione di sdegno da potermene accorgere anche senza vedermi. Chi ha aperto la porta? Perché? Perché non l’ha richiusa? In cucina fanno colazione. Li ascolto in silenzio, solo una parete ci separa fisicamente, ma è un abisso quello che separa le nostre coscienze. Suonano alla porta. E’ il ragazzo di Genny, un altro accento romagnolo. Continuo ad ascoltare. Mi alzo, passeggio per la stanza, piano, origlio. Poi Genny mette l’uditorio a conoscenza del fatto che ha aperto la porta della mia stanza. Non spiega il perché ma sostanzialmente credo pensasse che fosse uscita. Così quando esco ci si sente autorizzati ad aprire la porta della mia stanza e a venirci a passeggiare? E’ interessante. Prenderò in considerazione l’idea di chiuderla a chiave quando non ci sono. Genny prosegue, rivelando che però io ero lì dentro. Farfuglia un po’ di parole, fra le quali ne colgo solo alcune dalle quali si evince che trovava fosse un po’tardi perché io stessi ancora a letto. Roberta chiede con tono divertito: “e che le hai detto?” “Nulla” risponde lei. “E hai chiuso la porta.” “No, la porta è ancora aperta”. Non spiega nemmeno il perché di questa scelta. Sono irritata. Trovo irritante essere oggetto di discussione, già quando si parla di me in positivo, figuriamoci quando se ne parla in negativo. Spero che la faccenda si chiuda lì, ma Genny prosegue, portando all’attenzione di tutti il nostro breve incontro la sera prima in cucina. A quanto pare trova molto divertente il fatto che io avessi intenzione di lavare seduta stante la padella, invece di lasciarla fuori in davanzale a raffreddare. Peraltro trova molto divertente che abbia deciso di usare piatti di plastica, senza ricordare forse il giorno in cui mi tolse di mano uno dei suoi piatti di porcellana sottolineando che quello era suo. Infine decide che è il caso di dire ai signori lì riuniti, sghignazzando, che mangio solo fritture. Il che poi, è del tutto inventato, ma si sa, quando si comincia a sparlare come ci si può fermare? A questo punto, ad alta voce, ridendo, chiede (domanda retorica, ovviamente): “ma è uscita, vero?”. Al che chiudo rumorosamente la porta e sento che in cucina cade un breve silenzio, interrotto dopo un po’ da concitati sussurri. La compagnia si scioglie poco dopo, mentre io gironzolo per la stanza ferocemente divertita. Perché la gente non riesce semplicemente a pensare agli affaracci suoi, questo per me rimane un autentico mistero. Cosa c’è d’interessante nell’uso dei piatti di plastica? Cosa ti importa di quello che mangia la gente? Ma soprattutto perché pensi che dovrebbe interessare gli altri? Poi, diciamolo, io trovo intollerabile la gente che crede di essere in possesso di chissà quali straordinarie verità riguardanti la pulizia di quattro pentole e due forchette. E’ una specie un po’ troppo largamente diffusa, questa dei filosofi dei fornelli. Lasciami pulire le padelle come mi pare e piace, che cosa cambia a te? Come si può pretendere che si accetti che con un sorriso di sufficiente superiorità vengano impartite precise istruzioni sulle modalità di lavaggio di un fottuto padellino mezzo scasciato? Stasera penso friggerò patatine e spinacine, laverò la padella appena usata e userò 3-4 piatti di plastica per il puro piacere di metterli in giro. Oh, e spero, mi auguro, voglio, esigo, pretendo, lo auguro anche a loro, che non facciano vedere il loro brutto muso in cucina mentre ci sono io. Oche, ecco quello che sono. Oche. In particolar modo la romagnola, che oggi ha confermato i pensieri che stavo ricamando sul suo conto. Oche. Comari. Paesane. Un genere umano che non tollererò mai. Ormai nulla mi tratterrà dal guardare con disprezzo queste due, nulla mi tratterrà dal risponderle con astio, nulla mi impedirà di mandarle a quel paese. Ci siamo. Ci siamo. Una dose di cazzi vostri al giorno toglie il medico di torno, lo sapete questo detto? Beh, sappiatelo.